Disposizioni per il miglioramento sostanziale della salute e sicurezza dei lavoratori

Andrà in “pensione” il D.Lgs 81/2008?

Pervenire ad una regolamentazione più efficace e moderna e l’aiuto dei soggetti esperti. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo da perseguire con la presentazione al Senato, il 19 luglio scorso, di un disegno di legge a firma dell’ex Ministro Sen. Maurizio Sacconi,- cofirmatari i Senatori Serenella Fucksia e Hans Berger.
Il DDL (n. 2484) ad oggi non risulta ancora assegnato per l’esame alla competente Commissione. (11a Lavoro, previdenza sociale)

Nella relazione introduttiva, viene riferito che “il parametro per l’adempimento degli obblighi di tutela da parte del datore di lavoro va rinvenuto non nella legge ma nelle regole” che provengono “dall’esperienza di organismi nazionali ed internazionali (norme tecniche) e dalla competenza di soggetti esperti, quali le linee guida, le norme tecniche e le buone prassi.” Inoltre, “occorre fare in modo che ai soggetti con riconosciute competenze, quali risultanti dallo svolgimento della professione nell’ambito di ordini o comunque in materia di salute e sicurezza (ad esempio il medico del lavoro o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione), venga consentito di aiutare le aziende nella gestione della complessa normativa prevenzionistica, anche per mezzo ….“.

Da queste prime e sintetiche indicazioni emerge già la portata del proposto intervento legislativo in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. Senza entrare nel merito dei singoli articoli del disegno di legge, in questa sede appare opportuno evidenziare soltanto alcuni aspetti, prevalentemente d’ordine metodologico.

Allo stato, infatti, sembrano non confutabili e condivisibili i principi generali ai quali si ispira il proposto disegno di legge:

  1. introduzione del principio del rispetto dei livelli di regolazione minimi previsti dalla legislazione comunitaria di riferimento, eliminando quelle parti delle normative italiane (leggi, decreti, altre fonti) che rispetto ai livelli di regolazione delle direttive comunitarie siano ulteriori e non giustificati da esigenze di tutela dei lavoratori;
  2. riconoscimento del principio per il quale il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure di prevenzione e protezione che rappresentano lo “stato dell’arte” in materia di prevenzione di infortuni e malattie, in quanto elaborate da soggetti competenti e, se necessario, “validate” da soggetti pubblici;
  3. identificazione di principi essenziali di sicurezza, tratti dalle direttive europee e contenuti nelle “norme tecniche”, nelle “buone prassi” e nelle “linee guida”, che costituiscano i livelli inderogabili – applicati unitariamente a livello nazionale – della tutela dei lavoratori rispetto agli infortuni e alle malattie professionali e il parametro di valutazione dell’adempimento degli obblighi delle aziende, con conseguente abrogazione delle disposizioni “di dettaglio” (tuttora vigenti, spesso risalenti agli anni ’50) di cui ai Titoli II e seguenti del d.lgs. n. 81/2008;
  4. possibilità per i soggetti obbligati di rivolgersi a soggetti “esperti” in materia di salute e sicurezza sul lavoro i quali, sotto la loro responsabilità professionale, possano “certificare” la correttezza della progettazione e realizzazione delle misure di prevenzione e protezione in azienda, anche previo accesso al patrimonio informativo di cui al Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione (SINP);
  5. incentivazione, con un meccanismo di “bonus-malus” a valere sui premi INAIL, della adozione ed efficace attuazione in azienda delle misure di prevenzione di infortuni e malattie professionali.
  6. complessiva rivisitazione della normativa vigente, eliminando ripetizioni e sovrapposizioni, anche con riferimento all’apparato sanzionatorio, garantendo la semplificazione della normativa nonché l’effettiva e corretta modulazione dei precetti, anche sanzionatori.

Citati i principi, è necessario rilevare come all’articolo 3 del DDL per “fattore di rischio” è inteso “ogni fattore, ordinariamente presente nell’attività lavorativa o a questa collegato, inclusi quelli che possano concretizzarsi a seguito di condizioni particolari, ma comunque ragionevolmente prevedibili, che possa avere conseguenze negative, obiettivamente apprezzabili, sulla salute e sicurezza dei lavoratori“.

La definizione citata, che ad una prima superficiale lettura può apparire persino ovvia, ad una più attenta analisi rende pressoché illimitati i confini del campo applicativo, in quanto richiede una “valutazione e gestione dei rischi” ed i correlati “principi generali di prevenzione” non limitati al mero aspetto antinfortunistico. Si tratta di “sicurezza integrata” a tutto tondo, per tutti i rischi che i lavoratori possono correre a seguito di eventi di natura esogena o endogena: processi lavorativi, anticrimine, antincendio, calamità naturali, ecc. sia di natura accidentale che intenzionale.

È troppo presto per dichiarare il pre-pensionamento, se non la “morte”, del Testo Unico del 2008, soprattutto perché ove si considerino i tempi legislativi per l’indispensabile dibattito parlamentare e la condivisione da parte delle diverse parti sociali interessate, non sarà né agevole né celere imboccare questa nuova strada.

Al momento c’è da segnalare come il DDL Sacconi – almeno in questa prima fase di presentazione – abbia di fatto mutuato un innovativo concetto, già recepito dalla recente legislazione in materia di prevenzione incendi, che prevede il passaggio dal metodo prescrittivo al metodo prestazionale, mantenendo la piena responsabilità del titolare dell’attività e dei “professionisti” (i c.d. “soggetti esperti”). I quali, peraltro, debbono essere effettivamente in grado di individuare – indispensabile a tal fine la propedeutica, continua e completa analisi e valutazione dei rischi – ed adottare (e gestire) le conseguenti più idonee misure di prevenzione e protezione. E proprio da questa considerazione discende, quale compendio delle azioni che il DDL sottende: a) dotare il professionista di un “Protocollo”; b) dare alla P.A. il compito di verificare che il “Protocollo” sia stato effettivamente e compiutamente utilizzato.

E se si tiene presente che in ogni attività, di qualsiasi dimensione o tipologia, tutti i rischi come sopra indicati per la sicurezza integrale sono sempre e comunque presenti ed i primi soggetti interessati, oltre che la stessa attività, sono coloro che in tale attività prestano la loro opera o sono anche occasionalmente presenti, anche se in misura e con incidenza differenziate.

Ciò determina l’esigenza che ci sia, in capo al “responsabile del servizio di prevenzione e protezione” uno skill (abilità) che non può essere limitato ad uno specifico aspetto specialistico.

Ci sarà sicuramente l’occasione di riprendere l’argomento con il prosieguo dell’iter legislativo.

documento di riferimento (relazione e DDL)

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